Da “Stato canaglia” a potenza nucleare, da folle a leader mondiale, da guerrafondaio a uomo di pace, da reietto a statista. Oggi tutti i big della Terra lo vogliono incontrare: lo hanno già fatto Xi Jinping e Trump, presto lo farà Putin. Di recente anche Assad ha espresso il desiderio di stringergli la mano. E’ il politico più ambito e ricercato del mondo.

E’ la storia della Corea del Nord e del suo Maresciallo Kim Jong Un che si sta scrivendo in questi giorni.

Negli ambienti politici e negli editoriali sui media c’è stato un grande stupore per questa “evoluzione”. Nessuna novità, invece, tra chi non si era limitato alle fake news o alle caricature giornalistiche ma si era preso la briga approfondire la politica nordcoreana andando a leggere alla fonte gli scritti di Kim Il Sung, Kim Jong Il e oggi di Kim Jong Un.

Tutto quello che è avvenuto era stato annunciato da tempo e pubblicamente da Kim Jong Un.

Il Songun, ovvero la teoria nordcoreana che pone l’esercito nella priorità nell’allocazione delle risorse, non è mai stato una rincorsa agli armamenti fine a se stessa, la goduria nel vedere le scie dei missili balistici intercontinentali, tantomeno il presupposto per la pratica di politiche imperialistiche. Come è stato dichiarato infinite volte, il Songun era lo strumento per difendere il Paese in caso di attacco straniero e per sedersi al tavolo dei negoziati da potenza nucleare per imporre l’indipendenza della Repubblica popolare, la salvaguardia del Socialismo e la stabilizzazione dell’area, e impostare una riunificazione possibile e condivisa con il Sud (in Corea del Nord l’obiettivo della riunificazione non è di questi giorni, ma da anni esiste un Ministero allo scopo dedicato).

Pyongyang non ha mai voluto fare la guerra con alcuno. Solo un fesso poteva pensare che un piccolo Paese di 25 milioni di abitanti stesse preparando una guerra contro il mondo intero e che quindi rappresentasse una minaccia per la Comunità internazionale. Appena raggiunta la possibilità di “secondo colpo”, ciò la capacità militare di colpire gli Stati Uniti in caso di aggressione, Kim Jong Un ha promosso una straordinaria attività diplomatica ai massimi livelli con Cina, Russia, Corea del Sud, arrivando fino ad accostare le bandiere della Corea del Nord e degli USA a Singapore. Non ha schiacciato alcun pulsante rosso, ma ha aperto una trattativa nell’ottica della distensione e della pace.

Non c’è alcuna novità neppure sulla denuclearizzazione, che è stato definito avverrà, se ci saranno le condizioni, per tappe successive: già nel 2011 Kim Jong Il dichiarava alla Tass che “la denuclearizzazione di tutta la penisola coreana è l’auspicio del grande Presidente Kim Il Sung e rimane la posizione immutabile del nostro governo”. Anche nel rapporto al Plenum del 31 marzo 2013, con formula ribadita al VII Congresso del Partito dei Lavoratori nel 2016, anno del doppio test nucleare, Kim Jong Un ribadiva che “come Stato nucleare responsabile, noi lavoreremo per la pace e la sicurezza in Asia e nel mondo, assolveremo l’impegno di non-proliferazione delle armi nucleari che ci siamo assunti dinanzi alla comunità internazionale e contribuiremo alla denuclearizzazione del mondo”.

La politica nordcoreana si è dimostrata di una consequenzialità fin scolastica, mi spingo a dire, pedante.

Quindi nessun tradimento o cedimento o contraddizione per quella stretta di mano di Kim Jong Un con Trump che ha fatto storcere il naso a qualcuno a sinistra. Soprattutto a coloro a cui piace parlare di terzomondo nei salotti e a fare i comunisti con il pugno degli altri. Basterebbe leggere Lenin per comprenderlo: “Se è necessario unirsi fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei principi.”

Negli accordi internazionali che si stanno siglando, il Socialismo nordcoreano dello Juche non è in discussione. Così come non lo è l’acquisito ruolo internazionale primario e strategico di questo Paese socialista, che accrescerà ancora nei prossimi anni.

Kim Jong Un ha fin dimostrato la correttezza della teoria staliniana della possibilità del “Socialismo in un solo Paese”… risolvendo così una disputa ideologica che si trascinava dai tempi di Trotsky.

Se per realizzare tutto ciò ha stretto la mano di Trump non importa a nessuno. Anzi, meglio Trump dei suoi predecessori dal grilletto facile, perchè più pratico, più umile, più disposto al dialogo, anche più simpatico.

Adesso tocca all’Italia fare il suo pezzo nella direzione del dialogo e della distensione, riammettendo il nuovo ambasciatore nordcoreano a Roma, dopo che nel 2016 con un atto insensato di incapacità e di piaggeria il Ministro Alfano aveva bloccato il suo accreditamento.

Credo che Salvini sarà più intelligente di Alfano. Anzi, ne sono sicuro.

Andrea Marsiletti

 


 

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Sinossi (descrizione)Autore (Andrea Marsiletti)